L'Archeologia Marina e il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina

Le profondità marine hanno da sempre esercitato un grande fascino sull’uomo, che ha cercato di esplorarle, sia per il puro piacere di cimentarsi con la possibilità di nuotare sott’acqua, sia per sfruttare i doni che il mare contiene, sia infine per riprendere dal mare i carichi, o almeno gli oggetti più preziosi delle navi naufragate. In Grecia, fin dall’antichità, la pesca delle spugne, delle perle, o delle murici da cui ricavare la porpora, era una delle principali attività dei pescatori più abili nell’immersione in apnea. E le prime attività connesse con i lavori di recupero dei carichi delle navi naufragate, o di quelli deliberatamente gettati in mare per alleggerire il carico durante le tempeste, sono documentate in epoca romana da iscrizioni che menzionano gli urinatores, cioè nuotatori subacquei specializzati in quel particolare lavoro, presenti presso gli scali fluviali del Tevere e nel porto di Ostia.Nell’arco dei secoli, l’uomo ha fatto ricorso ad attrezzature sempre più sofisticate, già Aristotele descriveva l’impiego di cannelli per respirare sott’acqua, cannelli con un’estremità emergente dalla superficie del mare. Si narra anche che Alessandro Magno, il grande re macedone, si sarebbe fatto calare in mare protetto da un involucro di vetro, per conoscere da vicino le meraviglie del mondo marino.

Nel Rinascimento anche Leonardo da Vinci cercò nuovi mezzi di ausilio, di macchinari per esplorare il fondo del mare, mentre il famoso architetto Leon Battista Alberti, a metà del ‘400, tentò invano, con l’aiuto di uno zatterone e di grossi uncini, di recuperare le due navi da diporto dell’Imperatore Caligola (12 – 41 d.C.) affondate nel lago di Nemi. L’impresa fu ritentata un secolo dopo dall’ingegnere militare Francesco de Marchi, che si calò personalmente nelle acque del lago laziale all’interno di una campana di legno munita di un vetro per vedere all’esterno, ma l’esperimento per poco non si trasformò in tragedia. Nel corso del XVII secolo furono perfezionate le attrezzature da immersione, tra cui la campana batiscopica realizzata dall’astronomo inglese Edmund Halley. Nel 1798 K.H. Kleingert inventò la prima tuta da palombaro, e questa scoperta diede notevole impulso all’attività subacquea dell’epoca, grazie a questa tuta, che consentiva una maggiore autonomia e manovrabilità in immersione, si determinò un grande incremento nelle ricerche e nel recupero di beni sommersi. Nel 1943 il giovane ufficiale della marina francese Jacques Yves Cousteau e l’ingegnere Emile Gagnan inventarono l’autorespiratore ad aria, che rivoluzionò le attività subacquee nel campo delle immersioni, mettendo in disuso la gloriosa tuta da palombaro del secolo precedente. Questa invenzione consentiva al sommozzatore l’indipendenza dalla superficie e una pressoché totale libertà di movimento, grazie al nuovo strumento, il numero dei subacquei aumentò in modo esponenziale, specialmente negli ultimi decenni, a vantaggio della ricerca archeologica sottomarina. Nella prima metà del Novecento i palombari sperimentarono questa recente invenzione nella scoperta, davanti alle coste della Tunisia, del relitto di Anticitera, una nave affondata vicino all’isola di Creta nei primi decenni del I sec. A.C. con un carico di sculture greche in marmo e in bronzo, tra cui la famosa statua di Efebo del IV sec. A.C., e di quello di Mahdia anch’esso affondato nella prima metà del I sec. A.C., la nave trasportava, probabilmente verso Roma, un carico di opere d’arte costituito di statue di marmo e di bronzo di varie dimensioni, tra cui un genio alato in atto di incoronarsi, alcuni nani danzanti, un efebo che suona la cetra, un Hermes con mantello e calzari alati. La conseguenza negativa di questa straordinaria invenzione è stata il moltiplicarsi delle azioni di saccheggio dei reperti sommersi, non considerati come patrimonio culturale comune, ma come oggetti da collezionismo di provenienza quasi misteriosa. Ancora oggi infatti è valida l’antichissima usanza mediterranea dell’attribuzione dei resti di un naufragio a chi se ne impadronisce per primo. Nel 1957 con la creazione ad Albenga del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, facente parte dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, ebbero inizio le ricerche sistematiche nei mari italiani. Il relitto della nave romana, detta di Albenga, fu il primo ritrovamento e la prima esplorazione effettuata dal Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, sotto il coordinamento di Nino Lamboglia, fondatore e primo direttore del centro e pioniere dell’esplorazione archeologica sottomarina. Nel 1958 l’Italia ebbe il primato di utilizzare una nave militare per le ricerche archeologiche sottomarine, il mezzo in questione fu l’ex dragamine Daino, che, attrezzato opportunamente, permise al Centro di estendere dal 1959 al 1963 le sue campagne annuali su tutte le coste italiane, esplorando relitti e città sommerse. Nel 1968 il Centro poté continuare il suo programma di ricerca armando una propria nave, la Cycnus dove vennero sistemate tutte le attrezzature della Daino, che fu affiancata da un piccolo battello di appoggio. Il Cycnulus fu per lo più utilizzato per i sopralluoghi veloci e gli interventi di minor impegno. Furono realizzati in quegli anni numerosi interventi: in Puglia sul relitto di porto Badisco, nelle acque di Populonia nel golfo di Baratti, nel porto etrusco di Pyrgi a Santa Severa, nelle isole Eolie vicino a Filicudi. Nel 1973 il Centro intervenne anche nel litorale ionico calabrese, a Riace, dove nel 1972 erano state quasi miracolosamente scoperte le due famose statue dei guerrieri bronzei del V sec. A.C. Nel 1977 Nino Lamboglia morì in mare in un tragico incidnte, e furono disarmate le navi Cycnus e Cycnulus, il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina ha continuato la sua attività, affittando mezzi nautici sui quali venivano ospitate le attrezzature.

Posted on: 22/12/2010, by : simona