AFRICA: IL COMMERCIO VIAGGIA ONLINE E CREA NUOVO LAVORO

Jumia, definito l’Alibaba o l’Amazon africano, e ha debuttato sul Nyse con un rialzo del 75%, per una valorizzazione della società di circa 1,5 miliardi di dollari. Si tratta del primo e-commerce africano quotato a New York.

In pochi anni è passato da 10 a 3 mila dipendenti, diventando leader dell’e-commerce in 14 Paesi ed entro il 2025 sarà in grado di creare circa 3 milioni di nuovi posti di lavoro. Le piattaforme d’incontro tra compratori e fornitori di beni e servizi possono diventare un driver di crescita economica inclusiva ed aumento dei redditi senza entrare in competizione né con le aziende e le realtà già esistenti né con le norme sul lavoro.

Secondo i dati riportati da Ecommerce Foundation, l’accesso ad internet nel continente africano è passato da un indice di penetrazione del 25% nel 2015 a oltre il 43% nel 2018. Ciò significa che le opportunità di crescita di mercato in Africa sono aumentate e ci sarà spazio per il Made in Italy e le nostre aziende.

In questo tipo di Paesi, dove la logistica e le infrastrutture devono ancora formarsi, l’e-commerce può rappresentare il business model su cui appoggiarsi e costruire una strada. Creare nuovi posti di lavoro è una priorità nel continente africano, visto che un terzo dei 420 milioni di africani tra i 15 e i 35 anni sono disoccupati (dati della Banca africana di sviluppo).

Jan Gildemeister, partner e amministratore delegato di BCG con sede a Johannesburg, afferma che i mercati online sono una buona dimostrazione di come la rivoluzione digitale possa creare opportunità economiche e migliorare il benessere sociale in Africa. Inoltre, aggiunge: «poiché attualmente l’Africa non dispone di un’infrastruttura di distribuzione efficiente, i mercati online potrebbero creare milioni di posti di lavoro». Cira il 58% dei nuovi posti, riguarderà nello specifico il settore dei beni di consumo, il 18% nei servizi di mobilità e il 9% nel settore dei viaggi e dell’ospitalità.

Per far sì che questo avvenga, è indispensabile che il settore pubblico e quello privato lavorino insieme per costruire un’infrastruttura che funzioni, ad esempio dalle reti digitali a strade e snodi logistici.

I problemi che ostacolano l’espansione dell’industria, sia tradizionale che virtuale, sono dovuti a causa appunto delle infrastrutture sottosviluppate, mancanza di chiarezza normativa e accesso limitato al mercato.

Facendo un piano della situazione, nel 2018 c’erano solo 15 negozi per milione di abitanti in Africa, contro i 568 per milione in Europa e i 930 negli Stati Uniti. Esiste perciò il rischio minimo che l’e-commerce possa spostare i rivenditori, anzi cresceranno le opportunità nello sviluppo di piattaforme per commercianti, operatori di mercato, artigiani, autisti, impiegati di logistica ecc.

Seppur un italiano, Massimiliano Spalazzi, è il co-ceo di Jumia, l’Italia non è molto presente su portali come Jumia, a differenza invece degli inglesi e francesi che il business in Africa l’hanno fiutato da tempo. Le esportazioni online B2C del nostro Paese sono cresciute nel 2018, passando dai 9,2 miliardi del 2017 ai 10,3 miliardi dell’anno scorso (+12%), pari al 7% del totale e appena del 2% dell’export annuale nazionale.

Jumia è il primo unicorno tech dell’Africa e sarà ora anche il primo unicorno africano a quotarsi a New York. Nel team fin dal primo momento c’è stato appunto l’italiano Massimiliano Spalazzi, originario di Monza, viene dalla Bocconi, ha 31 anni, è amministratore delegato in 9 dei Paesi in cui opera l’eCommerce.

Massimiliano afferma: «Le grandi marche italiane sono note e ben percepite, specialmente nel food, ma ritengo ci sia spazio di crescita nel settore del lusso e comunque con una popolazione giovane, una borghesia in crescita, una forte urbanizzazione ed espansione del mobile, è un mercato “vergine” per una grande quantità di beni di consumo. In ogni caso, quando parlo con imprenditori italiani spiego che l’Africa è un mercato che bisogna imparare a conoscere. Investire per restare. Pensare a un ritorno in pochi mesi non è pensabile. È difficile avere successo qui rimanendo in Italia. In ogni caso Jumia mette adisposizioni dei venditori una “University” per formare l’imprenditore a un mercato enorme ma molto particolare e non sempre trasparente».