Cookie Policy La spinta al Made in Italy «bello e ben fatto» | Ottante
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La crisi non sembra più essere un problema o comunque non fa paura: nelle economie avanzate (Stati Uniti in testa) si torna a spendere e consumare.

I prodotti belli e ben fatti (BBF) sono costituiti da beni di consumo di fascia medio-alta, che si contraddistinguono per il design, la cura, la qualità dei materiali e delle lavorazioni. In particolare, il Made in Italy da esportare si concentra sui BBF dei settori alimentare, arredamento, abbigliamento, calzature, occhialeria e gioielleria.

Il Made in Italy, destinato alla borghesia globale top-spender, aumenterà tra 2017 e 2022, nei principali 31 mercati avanzati, a 70 milioni di euro. Inoltre gli Usa, con 13 miliardi di importazioni dall’italia nel 2022, continueranno a rappresentare il primo mercato per il Made in Italy Bbf.

Questo è ciò che è emerso dalla ricerca “Esportare la dolce vita”, presentata l’8 maggio a Milano dal Centro Studi Confindustria e Prometeia. Si è parlato delle potenzialità dei prodotti belli e ben fatti nei nuovi mercati e sulle opportunità per le imprese con l’obiettivo di analizzare la crescita delle possibili vendite di beni Bbf.

Sono presi di mira i Paesi avanzati i quali possono assicurare una crescita e la Russia è attualmente il mercato emergente più importante per gli esportatori italiani di Bbf, inoltre il mercato è vicino geograficamente e non lontano culturalmente.

Alessandra Lanza fa notare giustamente che i mercati maturi sono più accessibili e dice: «hanno una distribuzione commerciale moderna e ben organizzata, importante per le nostre piccole e medie imprese che già soffrono dell’assenza di una grande distribuzione di bandiera e della difficoltà di aprire filiali commerciali. Inoltre, se i dazi medi sui Bbf nei sistemi emergenti sono spesso a due cifre, nelle economie avanzate sono, per il 75% dei flussi, sotto libero scambio o accordi preferenziali».

Gli Stati Uniti restano l’economia matura più dinamica, basti pensare che il Pil della sola California vale quello della Francia. Inoltre, l’area attorno New York importerà nel 2022 per 6,6 miliardi di euro dall’Italia. Anche per quanto riguarda l’e-commerce gli Usa sono un Paese all’avanguardia: secondo il mercato E-commerce Foundation è il secondo mercato in termini assoluti (oltre 500 miliardi di euro nel B2C, subito dopo la Cina).

Lucia Mattioli, vice presidente per l’Internazionalizzazione di Confidnustria, ricorda che per aumentare la nostra competitività ci sono due strade: investire nella manifattura ad alto valore aggiunto e aumentare il numero degli esportatori.

«Gli Usa sono la sfida più grande» – ha detto il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia. Secondo il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, avrebbe potuto trovare un’arma in più nel Ttip (negoziato sull’accordo di libero scambio Usa-Ue ora congelato): «Abbiamo appena iniziato a scalfire la superficie del mercato americano, con il Piano Usa di promozione del Made in Italy».