Il Meridiano di Greenwich ed i 150 anni dell'Unità d'Italia – Parte 1


Meridiani e fusi orari: Breve storia dell’evoluzione dei sistemi orari.

In occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia nessun accenno s’è fatto all’unificazione dell’ora solare che, lentamente, in seguito a quell’evento, ebbe a verificarsi. Quando oggi vien detto per esempio che a Roma sono le 9 del mattino, a tutti pare ovvio che la stessa ora sia in vigore su tutto il territorio nazionale poiché tutti sanno che l’ora degli orologi è regolata, ovunque, su quella del primo fuso orario orientale centrato sul meridiano dell’Etna, cioè 15°E.

Un secolo e mezzo fa, però, non erano ancora stati individuati ed adottati né fusi orari né meridiano 0° di riferimento pei fusi stessi; l’ora di un dato luogo era quella locale, basata sul transito del sole al meridiano locale, segnalato a mezzodì con un colpo di cannone o con la discesa d’un pallone lungo un’asta in posizione ben visibile: gli orologi venivano regolati in base a tale segnale. Essendo quindi l’ora locale funzione della longitudine, si verificavano differenze anche d’una ventina di minuti, come per esempio fra le ore in vigore a Torino ed a Roma. Finchè gli spostamenti avvenivano in carrozza e le comunicazioni per lettera postale, non si verificavano inconvenienti, che invece cominciarono a notarsi con l’introduzione del telegrafo e della ferrovia manifestando la necessità d’un orario omogeneo. Nella Penisola, basandosi sul tempo medio di Roma, si provvide ad uniformare l’ora solare a partire dal 1866 e tale operazione prese una quindicina d’anni.

foto tratta da Wikipedia

Nel resto d’Europa la situazione era analoga: in Inghilterra già nel 1847 l’ora di Greenwich fu introdotta nella rete ferroviaria ed in una decina d’anni divenne d’uso generale, in Francia c’era l’ora di Parigi, negli stati tedeschi del nord vigeva l’ora di Berlino, in quelli del sud l’ora di Monaco, nell’impero austroungarico si usava l’ora di Praga, e così via. Ogni stato aveva quindi una sua ora ufficiale, e talvolta più d’una, come in Italia dove in Sicilia ed in Sardegna non s’applicava l’ora della penisola, ma s’applicavano, rispettivamente, quella del meridiano di Palermo e quella del meridiano di Cagliari. Questa pertanto era la situazione sulla terraferma, dove anche la cartografia per le longitudini usava meridiani di riferimento differenti da stato a stato, come quello di Roma, quello di Parigi, quello di Greenwich, quello di Madrid ed altri ancora. In mare le cose andavano però differentemente: l’ora era quella del meridiano locale, ottenuta osservando il sole a mezzodì e la cartografia e la documentazione, come effemeridi nautiche e portolani, che veniva usata da oltre due terzi dei naviganti, era quella inglese, tutta basata sul meridiano di Greenwich: ciò si spiega facilmente rammentando che l’Inghilterra a quei tempi era l’assoluta dominatrice di tutti i mari del globo, sia in fatto di marina mercantile sia in fatto di marina da guerra.

Altre documentazioni, come per esempio quella spagnola che si riferiva al meridiano di Cadice, servivano forse un decimo dell’utenza marinara; per motivi politici più che pratici, una vivace contrapposizione al predominio inglese veniva dalla Francia, paese che, dai tempi del Re Sole aveva sì avuto una grande Marina ed una eccellente documentazione nautica a sostegno delle sue pretese espansionistiche mondiali, ma che dopo Trafalgar sui mari effettivamente non aveva più un’importanza paragonabile a quella inglese: in Francia tutto era basato sul meridiano di Parigi, che da quello di Greenwich si discostava di 2°20’14” verso est.

Fine prima parte. Continua nel prossimo articolo.

Posted on: 01/03/2012, by : admin